Lascio il Comune di S. Fele, in politica manca la coerenza


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Desidero in primo luogo esprimere la mia soddisfazione per aver ricoperto la carica di consigliere comunale, per aver capito e quindi dare un modesto giudizio di come funziona il sistema politico localistico (Regionale e Comunale).
Ho deciso di dimettermi in quanto non credo che ci siano i presupposti politici e personali, per la mia permanenza nel Consiglio comunale, inoltre, per coerenza non reputo corretto rimanere all’interno di una minoranza consiliare della quale non ho condiviso alcune scelte (es: nomina componente di opposizione alla Comunità Montana del Vulture, pilotata dall’alto). Ritengo che la politica in questi ultimi anni abbia provocato una crisi sociale, economica e culturale, anche, da parte della sinistra che per tradizione dovrebbe difendere e tutelare gli interessi dei più deboli.
Ritengo necessario mettere in evidenza è ciò che manca di più alla politica è l’assunzione di una chiara responsabilità, indispensabile per essere coerenti con le proprie idee e con i propri valori anche a costo di scelte dolorose; non pretendo di dare lezioni a nessuno, in quanto sono l’ultimo a poter insegnare a chi ha fatto dell’attività politica una missione, una vacazione senza tornaconto personale, oppure a chi l’ha scelta com professione, come mezzo di sostentamento, come ragione vita.
Quello che modestamente noto è che i nostri amministratori, a vari livelli comunali, provinciali e regionali, praticano una politica asfittica, senza respiro, con poche prospettive di lungo periodo. Un mondo in cui si ricerca la propria sopravvivenza, il proprio spazio, la propria piccola o grande carica. Un sistema perverso a motivo del quale si viene valutati in base al numero delle tessere, delle clientele o meglio dei voti che si controllano, oppure dei potenti che si possono annoverare tra gli amici. Si corre così il rischio di rendere il clima nelle varie realtà ancora più atomizzato, disarticolato; un mondo dove alla fine vince il piccolo gruppo, vince l’oligarchia, il corporativismo, le lobbies.
Certo, quando ho cominciato a lavorare attivamente in politica, non pensavo di trovare un luogo in cui le contrapposizioni naturali della vita non vengono risolte, ma accentuate; un luogo, popolato da poche persone, per giunta incapaci di un sereno scambio di opinioni. Gli interessi e le rivalità personali portano ad un clima di scontro continuo in cui nessuno risulta vincitore. Ad esempio dal 1995 al 2004 sono stato eletto Consigliere Comunale in una lista civica chiamata “Movimento di Solidarietà Civile”. Ho apprezzato molto l’inizio di questo esperimento politico perchè pensavo davvero che si potesse voltare pagina e modificare un clima inaridito, volendo un’idea di politica e di società aperta a tutti, un’attenzione particolare per un modello umano e naturale più sostenibile, un risoluto desiderio di riforma di tutto un modo di agire.
Però alcuni ex amici hanno pensato di tradire l’idea e i principi sui quali era nato il Movimento di “Solidarietà Civile”, candidandosi nelle elezioni del 2004 con una lista chiamata “Per San Fele” che nulla a che vedere ripeto con i principi sui quali era nato il Movimento.
Gli amministratori a vari livelli vogliono incanalare e guidare il consenso, per poi governare la cosa pubblica, possono essere anche importanti funzioni, ma , se per lungo tempo non si è riusciti ad andare oltre questo, qualcosa di sbagliato deve pur essere accaduto. Non è sufficiente affermare che la politica vive solamente di equilibri, per chiudere gli occhi davanti alla strisciante crisi di questi anni, all’immobilismo della classe dirigente, all’incapacità dei partiti di aprire scenari nuovi, di alimentare nuove speranze nei cittadini.
Prima che sia troppo tardi, occorre compiere un esame di coscienza per operare una decisa inversione di rotta. Non basta infatti dirsi a favore di un partito o di un altro per rappresentare la buona politica, non basta stare dalla parte giusta e poi comportarsi come o peggio dei propri avversari, non bastano vuote parole per avvicinare i cittadini alla politica.
Le realtà più deboli e indifese della nostra società devono stare al centro dell’azione amministrativa, rifiutando ogni forma di violenza e usando esclusivamente le armi della ragione e gli strumenti dell’informazione e della persuasione per far conoscere al maggior numero di persone possibile la propria attività, i propri scopi e le iniziative adottate per raggiungerli.
La politica, non è la propensione caritatevole verso i deboli, bensì la convinzione che la crescita di una società – crescita economica, culturale, ambientale, occupazionale, individuale e quant’altro – risulti tanto maggiore quanto migliori sono le relazioni fra le sue parti (piuttosto che le singole parti).

articolo di Gaetano Pierri pubblicato sul quotidiano “LA NUOVA”

 

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